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“Non sono razzista, ma”: il campionario dei modi di dire razzisti, intolleranti e non inclusivi

frasi razziste

In principio fu “Io non sono razzista, ma…”, capostipite dei costrutti che, pur affermando esattamente il contrario, rivelano, in chi li utilizza, un animo per nulla inclusivo, tendenzialmente timoroso delle diversità, per ignoranza o per cattiveria, per paura o semplicemente per stronzaggine.

Oggi, però, che il politicamente corretto balza agli onori della cronaca un giorno sì e un altro anche, questo campionario dei modi di dire razzisti, intolleranti, omofobi o semplicemente non inclusivi si arricchisce ogni giorno di nuove perle. Li ho raccolti di seguito, con l’auspicio (timido e poco fiducioso) che questo elenco possa aiutare i suoi utilizzatori seriali a rifletterci un po’ su: ecco le 11 frasi razziste più diffuse.

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“Io non sono razzista, ma”

Cominciamo con una frase divenuta ormai idiomatica: “Io non sono razzista, ma…”. Quante volte l’abbiamo sentita dire? Centinaia, forse migliaia. E quante volte l’abbiamo sentita dire da una persona tendenzialmente non razzista? Ve lo dico io: zero.

E lo sapete perché? Perché la struttura stessa di questa frase ha già in sé il germe del pregiudizio, la vaga percezione, in chi la utilizza, che si sta per esprimere un concetto discriminante, offensivo o, nei casi migliori, generalizzante. Altrimenti, perché perdere tempo con una premessa di questo tipo? Anche perché, pensiamoci, come prosegue solitamente una frase di questo tipo? 

Io non sono razzista, ma le persone di colore hanno davvero un gran bel fisico”? 

Io non sono razzista, ma i Rom sono davvero degli ottimi elettricisti”?

Mi hanno insegnato che tutto ciò che viene prima di un “ma”, di un “però” o di un “tuttavia” non ha valore. Ed in effetti è sempre così.

“È solo una battuta”

Che poi alle volte è tutta una questione di sense of humor. Finché si scherza, in fondo, si può dire tutto ciò che si vuole, no? No.

Ecco che dietro a tutti i “È solo una battuta”, i “Non sapete scherzare” e i “Fattela ‘na risata” si cela, anche piuttosto maldestramente, un sentimento xenofobo, omofobo, sessista o quello che vi pare. Come se un epiteto discriminatorio, qualora si trattasse di una semplice boutade, venisse rivestito da uno scudo galattico capace di assorbire tutta la malignità malcelata e lasciasse fluire solo il senso dell’umorismo. Come se il nostro modo di scherzare non ci qualificasse al contempo per ciò che siamo.

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“Ognuno è libero, ma a casa sua”

Hai notato che l’uomo nero

Spesso ha un debole per la casa

A casa nostra, a casa loro

Tutta una vita, casa e lavoro

Ed è un maniaco della famiglia

Soprattutto quella cristiana

Per cui ama il prossimo tuo

Solo se carne di razza italiana

L’uomo nero – Brunori Sas

Insomma, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Le rivendicazioni delle coppie omosessuali, la lotta per l’uguaglianza, il diritto di culto… A che serve la legittimazione socio-politica per tutto ciò? Vuoi sentirti ‘al pari’ delle coppie ‘normali’? A casa tua puoi farlo tranquillamente! Vuoi difendere la tua tradizione, professare la tua religione? A casa tua nessuno ti dirà nulla.

Che differenza c’è tra il dire “Ognuno è libero, ma a casa sua” e affermare “Non voglio vederti”? L’invito a fare qualcosa in casa propria, se ci pensiamo, è molto simile all’intimare a qualcuno di nascondersi per fare suddetta cosa. E se abbiamo bisogno che, ad esempio, una coppia di uomini si baci lontano dai nostri occhi, che un musulmano preghi in posti in cui io possa non vederlo (ma non in una moschea, perché questo è suolo italico e, perciò, cattolico), non equivale a dire che suddetta azione ci infastidisce? E chi infastidisce? Esatto: i razzisti, gli omofobi, i trogloditi.

“Ma perché devono ostentarlo scusa?”

Questa è gettonatissima nel mondo omofobico: “A me non danno fastidio loro, mi dà fastidio che debbano farlo vedere”. Che sarebbe come dire: “Non è che ti odio, è che non voglio ricordarmi che tu esisti”. Questa frase si utilizza, solitamente, per additare coppie omosessuali che osano scambiarsi effusioni in pubblico. E spesso, questa espressione si accompagna a “Lo direi anche se fossero un uomo e una donna”. Solo che la questione si solleva sempre quando, guarda caso, si hanno davanti coppie dello stesso sesso.

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“Ai miei tempi non si facevano tutte queste storie”

Il grande problema insito in qualunque piccolo o grande cambiamento culturale, di cui il linguaggio si fa manifesto, rappresentazione e veicolo, è che alcuni modi di pensare, di parlare e di ragionare invecchiano. Di conseguenza, viene richiesta a un popolo la capacità di prendere atto del cambiamento, dando a esso seguito, prima, attraverso una riconfigurazione del pensiero e, di conseguenza, del modo di esprimersi.

Frasi come “Ai miei tempi non si facevano tutte queste storie” non sono solo semplici rivelazioni di animi reazionari, ma dimostrazioni concrete che l’individuo che parla riconosce il cambiamento in atto e lo combatte. E se lo combatte, lo ritiene sbagliato. E se lo ritiene sbagliato…

“Ormai siamo noi quelli strani”

Riflettiamo bene su questa espressione perché è stupenda: “Ormai siamo noi quelli strani” è inequivocabilmente una frase discriminante per almeno tre ragioni:

  1. Afferma indirettamente che ‘gli altri’ sono strani
  2. Alimenta la dialettica del Noi/Loro, propria di razzisti e omofobi
  3. Esprime una certa insofferenza nei confronti del processo di normalizzazione di culture e orientamenti sessuali diversi dal proprio

Altro da aggiungere?

“Questo è razzismo al contrario”

Anche con “Questo è razzismo al contrario” si attua un sublime capovolgimento della logica in atto. Solitamente, questi costrutti si accompagnano a specificazioni ulteriori, del tipo “Ormai devi essere gay per fare strada” o “Adesso prendono prima i neri” o ancora “Oggi essere bianco (o uomo o etero) è penalizzante”.

Tutte raffinatissime strutture del pensiero umano volte a evidenziare come l’appartenere a categorie ritenute deboli, nell’anno del Signore 2025, rappresenti un vantaggio, un punto di forza, una scorciatoia verso il successo.

Si potrebbero a questo punto snocciolare dati di qualunque tipo, si potrebbero evocare fatti di cronaca di ogni genere, si potrebbe sottolineare tutta una serie di brutture e ingiustizie che la società contemporanea continua a perpetrare nei confronti delle succitate categorie deboli, ma a cosa servirebbe? Se sei d’accordo con me, lo sai già; se non lo sei, non posso dirti nulla per farti cambiare idea. E sei anche un razzista omofobo.

“Non è razzismo, è realismo”

Perché, tendenzialmente, il razzista-omofobo ha anche un gran senso del pragmatismo. E così, spesso è solito far seguitare perle di nefanda cattiveria o di banale superficiale ignoranza con una chiusa del tipo “Non è razzismo, è realismo”. “Sono fatti così, è la loro cultura”. Oppure “In quei Paesi è normale”. “Sono culture inferiori alla nostra”. E poi “non è razzismo, è realismo”. 

Autoassoluzione. Come si suol dire: excusatio non petita, accusatio manifesta.

“Lo dice la natura”

Questa è un’altra espressione interamente dedicata all’universo omofobo: “Lo dice la natura”, frase declinata anche in altre illuminanti enunciazioni. Questo perché l’omofobo può vantare una competenza trasversale che comprende la biologia, l’antropologia, il determinismo (sia quello fisico che quello psicologico) e l’evoluzionismo (a cui spesso non crede neppure). Ed ecco che ciò lo autorizza a spiegare al resto dell’umana specie cosa sia naturale e cosa non lo sia; cosa sia rispettoso delle leggi fisico-matematiche che governano questo universo e cosa, invece, resti all’esterno di esse.

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“A me dispiace, però…”

Finite voi la frase: “Non possiamo accoglierli tutti”; “Come facciamo ad aiutarli“; “gli altri Paesi perché non se li prendono”, eccetera, eccetera, eccetera. 

Alle volte, questa espressione viene utilizzata con sincerità, a riprova di un reale e umano dispiacere nei confronti di persone discriminate o, semplicemente, sfortunate. Altre volte, quel fastidioso “A me dispiace, però…” viene pronunciato senza alcuna convinzione, in modo automatico, con la stessa freddezza e lo stesso cinismo che caratterizzano coloro che utilizzano questa espressione.

“Scusi Lei / Scusa tu”

Infine, più che un’espressione, una frase, un modo di dire, mi soffermo su un atteggiamento, un’attitudine che, forse anche inconsciamente, accomuna la gran parte di noi. Noi figli dell’Occidente, noi donne e uomini dal candido derma: mi riferisco all’abitudine di dare istintivamente del Lei a persone che non conosciamo… almeno che non siano di colore.

Magari senza cattiveria, anche inconsapevolmente, ma lo facciamo. Perché? Cosa ci spinge a utilizzare questo doppio approccio? Non voglio fornire la mia personale interpretazione a questi quesiti, perché risulterebbe assai sgradevole. Anche a me stesso.