Uno studio sensazionale pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences ha rivelato una verità sconcertante: il mondo non sta diventando più stupido. Ok, nemmeno progredisce, al contrario di quella che era stata la tendenza da un’ottantina d’anni a questa parte. Resta comunque consolante sapere che Barbara D’Urso, Donald Trump, i reality show, il Superenalotto, l’animalismo spinto, il femminismo nudista, il razzismo, l’anti-razzismo, Sfera Ebbasta, la VAR, il sovranismo e l’europeismo, la tessera del tifoso, gli youtuber, Genitore 1/Genitore 2, il crocifisso nelle scuole, Bolsonaro, i 35 euro al giorno, TikTok, Instagram, Telegram, WhatsApp, Reddit e Tinder siano riusciti solo a interrompere l’evoluzione dell’intelligenza umana, non a generare una sua involuzione.
L’effetto Flynn
Lo chiamano, o lo chiamavano, Effetto Flynn, dal nome del ricercatore americano, James R. Flynn, che negli anni ‘80 scoprì una scalata delle facoltà intellettive dell’uomo a partire dal 1938: il quoziente intellettivo mondiale, pare, sia aumentato di 3 punti ogni dieci anni, per decenni e decenni, in tutto il mondo. Signore e signori, questo non accade più: l’uomo ha smesso di evolversi.
Che succede all’essere umano?
Dicevamo, 0,3 punti di QI guadagnati ogni anno dall’essere umano, a prescindere dal contesto geografico e da quello sociale. Sono stati questi i ritmi di crescita intellettiva dell’uomo nel corso di gran parte del XX secolo. Alcuni studi dimostrano che, oggi, semplicemente, ciò non accade più e che il quoziente intellettivo ha trovato il suo punto di equilibrio.
Altri studi dimostrano persino che, dopo la metà degli anni ‘70, momento in cui l’umano cervello ha raggiunto il proprio apice, si sia aperta una fase di decrescita. Felice. Beata. Non è questa la sede opportuna per stabilire chi abbia ragione né chi scrive ne avrebbe capacità e conoscenze adeguate. Ciò che si vuole argomentare qui è un altro aspetto, legato alla percezione dell’intelligenza degli altri più che all’intelligenza in sé: perché oggi, spesso, abbiamo la sensazione che il mondo stia diventando più stupido? E soprattutto, che ruolo giocano, in ciò, i mass media?
Armand Farrachi: il trionfo della stupidità
Armand Farrachi è un intellettuale francese, professore di letteratura e autore di numerosi saggi, romanzi e pamphlet. Il buon Armando ha scritto e pubblicato nel 2018 il saggio Il trionfo della stupidità, un’opera pungente e cinica che offre una lista sterminata di aberrazioni e bestialità del mondo contemporaneo, in un climax sempre più amaro di strafalcioni, bestialità linguistiche e logiche, psicosi collettive e personali, suggerendo una risoluzione amara: la stupidità ha vinto sul ragionamento.
Una tesi che l’autore prova a sostenere con forza anche al di fuori del suo progetto librario, puntando il dito su quei personaggi e su quei meccanismi capaci di amplificare la portata dei messaggi: le nuove leadership politiche in particolare. Non solo, Farrachi sostiene che, oggi, siamo molto meno inclini a comprendere l’ironia e a cogliere l’umorismo, poiché riceviamo stimoli che mirano a sedurre lo strato più superficiale del nostro cervello.
Lo stesso scrittore lo ha argomentato in un’intervista: “È davvero un fenomeno globale – afferma – collegato, secondo me, alla massificazione economica, che preferisce fare affidamento sugli sciocchi piuttosto che su un occhio critico sistematico. La generalizzazione dell’informatica, che favorisce la scansione e non la riflessione, la diffusione di molecole chimiche che vengono confuse dal corpo con lo iodio, l’uso intensivo degli schermi, l’educazione approssimativa, la televisione popolare, tutto ciò che, come il “neuromarketing”, sfrutta gli strati primari del cervello, contribuisce al trionfo della stupidità”.
E non sarebbe una deriva casuale, bensì un meccanismo di impoverimento cerebrale mirato e volto a standardizzare il pubblico, a omologarlo: “Conviene agli industriali, poiché mette a loro disposizione una clientela captive, cui si possono vendere prodotti che verrebbero disdegnati da consumatori più attenti. Conviene ai politici, che grazie a essa possono dirigere un popolo ai cui occhi bugie enormi riescono a passare per verità. Conviene ai giornalisti, messaggeri di una verità ufficiale”.
Certamente siamo cambiati
Siamo davvero diventati più stupidi? Come già detto, non è questa la sede opportuna per stabilirlo. Ciò che possiamo affermare serenamente, però, è che di certo siamo cambiati, la mente umana ha modificato le proprie attitudini. I ragazzini di oggi riescono a gestire una pluralità di azioni in multitasking lì dove un over 60 riuscirebbe a stento a processarne una o due. Di contro, l’over 60, con buone probabilità, sarà in grado di elencarti il menù completo di pranzo di cinque giorni fa, lì dove il ragazzetto ricorderà a stento di aver mangiato in casa e non alla mensa. Non siamo però ancora giunti al nocciolo della questione, ovvero la relazione tra i mass media e la nostra personale percezione dell’intelligenza altrui.
Parliamo di più, parliamo a più gente
”La potenza è nulla senza controllo”. Lo dico per due diversi ordini di ragione.
Ragione 1: esemplificativa. Il cervello umano funziona per astrazioni, per categorizzazioni e per generalizzazioni, come sono ad esempio gli slogan, i payoff pubblicitari, i cori da stadio e gli stemmi. Siamo animali simbolici, associamo valori e significati agli oggetti, siamo portati a semplificare il complesso. La nostra lingua stessa, come quella di qualunque cultura, è un sistema convenzionale accettato a livello comunitario per poter descrivere l’esistenza nel suo complesso. Abbiamo bisogno di segni e di stemmi per descrivere efficacemente concetti più ampi, trascuriamo il dettaglio in favore del senso generale. Questo vale oggi, valeva nel 1938 e valeva secoli addietro. Oggi non diciamo cose più stupide, non siamo più superficiali e non siamo meno inclini a sviluppare ragionamenti articolati.
Ragione 2: perché è vero. La frase cita un copy pubblicitario tra i più vincenti di sempre, lanciato per la prima volta da Pirelli nel 1994 grazie alla fondamentale e ironica adesione in qualità di testimonial da parte di Carl Lewis, nove volte oro olimpico tra salto in lungo e velocità. Il punto è che, anche se non siamo realmente diventati più stupidi, oggi diamo maggiormente nell’occhio. La colpa è proprio dei mass media e dell’ibridazione tra quelli tradizionali e i nuovi. La comunicazione odierna si è appiattita su uno standard modellato verso il basso e orientato a rendere i contenuti digeribili alle grandi masse. La chiarezza, la rapidità di assunzione e metabolizzazione impongono semplicità semantica, immediatezza logica, facilità di comprensione. I social network dettano in parte l’agenda degli organi d’informazione, la condizionano, impongono la legge dei grandi numeri a discapito della qualità. Eccoci allora a gestire strumenti mediali dalla portata illimitata, ma solo in teoria, poiché condizionati dalla eterogeneità del proprio pubblico. A che serve possedere un mezzo in grado di comunicare con milioni di persone contemporaneamente, se poi non veniamo capiti? E qual è il modo migliore di essere capiti da tutti se non semplificare al massimo il linguaggio e i concetti? Vale un po’ il discorso delle tappe a cronometro di squadra nel ciclismo: il tempo registrato dal team a fine corsa dipenderà strettamente dalle capacità del suo elemento meno valido.
La stupidità fa notizia
C’è un altro aspetto che riveste una certa importanza, anche se viene ben poco dibattuto: la stupidità fa notizia. I contenuti che mettono in risalto la scelleratezza umana piacciono agli utenti, si propagano con forza, occupano le bacheche online. Io, ad esempio, vado matto per i video in cui qualche tizio mette a rischio la propria progenie cercando di scavalcare un muretto o quelli in cui ubriachi in delirio di onnipotenza intraprendono imprese che sfidano le leggi fisiche per dimostrare il proprio strapotere, fallendo. Che posso farci, è una mia debolezza. Guardo la clip, rido, torno a lavoro. E di certo non resto lì a riflettere sulla possibilità di emulare Jeff del Wyoming che ha provato a saltare su un tappeto elastico con un monopattino.
C’è però un altro tipo di stupidità, più subdola e ingannevole, che è propria di chi esprime concetti deliranti, sconclusionati, irragionevoli. Pensiamo a come manifestazioni di razzismo, di omofobia o di sessismo o di estremismo religioso vengono lanciati in rete ogni giorno, incontrando – va detto – per massima parte lo sdegno della gente, ma al contempo permettendo alle minoranze folli di conoscersi e riconoscersi, di legittimarsi a vicenda, di concentrarsi, creando stagnazioni visibili e tangibili di totale e incurabile stupidità. Al punto che ci troviamo costretti a bofonchiare a denti stretti: “Esiste davvero così tanta gente che la pensa così?”
I social ci rendono più sinceri?
Infine, ammettiamolo: i social network forniscono a molti il coraggio di esprimere posizioni che non saprebbero esporre con la medesima sicumera se fossero chiamati a farlo in un luogo pubblico, dal vivo. E se è davvero così, la questione fa ancora più impressione: comunicare attraverso un’identità virtuale non si limita ad alimentare l’esibizione delle più bieche nefandezze, ma concede loro uno spazio protetto per potersi ‘finalmente’ esprimere in libertà. Nefandezze che sono sempre esistite, ma che non trovavano sfogo in altre epoche. Cattiveria? Ferocia? No, stupidità, la stessa di sempre, ma in mondo-visione.